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La Croazia Verso Schengen – Intervista a Marin Belak

Scritto da:

Benedetta Pisani

Ho conosciuto Marin Belak in un pomeriggio freddo e accogliente di tre anni fa, durante la prima lezione di sloveno. Nonostante le mie evidenti difficoltà a imparare quella lingua così melodiosa e dolce, in quella classe mi sentivo totalmente a mio agio. Accolta in un abbraccio di supporto e ammirazione reciproca. Ci siamo divertiti, abbiamo gustato prelibatezze slovene e internazionali, condiviso piccoli momenti di quotidianità… Marin è uno dei gr8humans che hanno reso il mio Erasmus a Lubiana un’esperienza speciale e io non posso che essere onorata di intervistarlo e condividere con voi le sue parole.

Sebbene il 2020 non sia stato felice per nessun paese del mondo, si è presentato, fin da subito, come un anno decisivo per il futuro europeo della Croazia. Durante i primi sei mesi, infatti, lo stato membro più giovane ha assunto per la prima volta dal 2013 – anno in cui è entrato a far parte dell’UE – la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea. Si tratta di una formalità ma il governo croato vi ha riposto grande fiducia, alla luce di interessi politici e ambizioni economiche.

Il governatore della Banca centrale croata (HNB) ha affermato che la tempistica delle tappe verso l’integrazione nella zona euro non subirà deviazioni di rotta: la Croazia raggiungerà questo obiettivo entro gennaio 2023, al termine dei due anni trascorsi nel MCE II (il Meccanismo di Cambio Europeo). I paesi candidati ad entrare nello Spazio Schengen devono soddisfare alcuni standard in quattro aree di competenza: controlli alle frontiere aeroportuali, visti, cooperazione di polizia e protezione dei dati personali. Di recente, però, la questione relativa ai controlli delle frontiere esterne è diventata allarmante in Croazia…

Bihac e Velika Kladusa sono due cittadine bosniache, vicine alla Croazia. Lì, le condizioni di vita disumane e inaccettabili spingono più di 5.500 persone a considerare la scelta migratoria come unica possibilità di salvezza. Eppure Human Rights Watch, Amnesty International e altre ONG hanno denunciato molti episodi di violenza perpetrata contro gli immigrati nonché respingimenti illegali al confine con la Bosnia…

Ci sono, quindi, dubbi sulla capacità del paese di attuare un controllo efficace delle frontiere che sia coerente con il diritto internazionale e le Convenzioni UE sui diritti dei migranti, ma anche sul ruolo degli altri governi europei in questa faccenda. A inizio anno, Amnesty International ha riportato una tendenziale negligenza, se non una complicità, da parte degli altri membri, i quali stanno “chiudendo un occhio sugli assalti feroci della polizia croata” e finanziando le loro attività.

Qual è stata la risposta di Zagabria a queste accuse?

Ti ringrazio per avermi dato la possibilità di parlarne, lo apprezzo moltissimo. Per comprendere le politiche che la Croazia ha adottato per gestire la questione migratoria, è importante ricordare il 2015, l’anno in cui ebbe inizio la crisi.

La Croazia era nel pieno della “rotta balcanica”, in parte per la sua posizione geografica e in parte perché il governo ungherese aveva rifiutato di accettare all’interno del suo territorio nazionale qualunque rifugiato. Al tempo, il governo croato era di centro-sinistra e la Germania era ancora disposta ad accogliere tutti i richiedenti asilo. In quel periodo, non sono state compiute barbarie ai nostri confini e i rifugiati potevano accedervi senza problemi. Da Tovarnik, al confine con la Serbia, partivano dei treni diretti al confine croato con la Slovenia, poiché la maggior parte dei rifugiati voleva raggiungere la Germania o altri paesi occidentali. Ma da allora la situazione è cambiata, purtroppo.

Il risultato delle elezioni di fine anno 2015 ha registrato un pareggio tra il Partito Socialdemocratico e il maggior partito di opposizione, l’Unione Democratica Croata. Quando Tomislav Karamarko era capo di partito, l’Unione, che era originariamente di centro-destra, passò per un breve periodo alla destra estrema. A causa di una serie di divergenze interne, Karamarko fu costretto a dare le dimissioni e Plenković prese il suo posto, diventano primo ministro nel 2016. A quel punto, l’Unione interruppe la coalizione con i partiti di estrema destra e l’orbanismo fu emarginato in Croazia. Questo, però, non ha impedito al governo croato di modificare – in peggio – la gestione della crisi migratoria. I media nazionali hanno ignorato questi episodi, sminuendone la gravità.

Nel novembre del 2016, una bambina afgana di 6 anni, Madina Husinny, è stata uccisa investita da un treno nei pressi di Sid, dopo che la sua famiglia fu costretta dalla polizia croata a tornare in Serbia camminando lungo le rotaie. Nel 2018 e nel 2019, sono stati denunciati numerosi casi di violenza perpetrata dalla polizia contro i rifugiati, feriti fisicamente e psicologicamente. Le volanti della polizia accerchiavano quelle persone, per farle sentire a disagio. Credo che queste violazioni dei diritti umani siano sistemiche e silenziosamente approvate dal governo. È, però, improbabile che tutta questa violenza sia banalmente generata dai cambiamenti politici interni. La motivazione reale è da cercarsi nel fatto che i paesi occidentali, la Germania in modo particolare, hanno smesso di accogliere i richiedenti asilo.

Nell’aprile del 2019, la Germania ha interrotto le procedure per i cittadini siriani. Quindi, la Croazia è stata in qualche modo implicitamente obbligata dai governi occidentali a non consentire il passaggio dei rifugiati attraverso il suo territorio. Comprendo che, a livello quantitativo, la capacità di accoglienza dei paesi europei non sia illimitata, ma non esistono scuse per la violenza.

Rispondo, quindi, alla tua domanda. Il ministro degli Interni, Davor Božinović, ha rilasciato alcune dichiarazioni a proposito della brutalità messa in atto dalla polizia di Stato. Ha detto che chiunque potrebbe aver indossato le uniformi e condotto quegli abusi, dal momento che non ci sono prove che siano stati effettivamente perpetrati dai poliziotti croati. Teoricamente, tutto è possibile. Ma ritengo che questo sia solo puro cinismo. E anche molto ipocrita. Provo vergogna per tali oscenità. Ma mi rincuora sapere che, dal 2015, la Croazia da garantito asilo a migliaia di rifugiati. Gli auguro tutto il meglio.

Nell’estate del 2019, la Croazia ha ospitato più di 21 milioni di turisti ma quest’anno il settore ha chiaramente registrato un grave calo a causa della pandemia. Plenkovic ha proposto di negoziare dei corridoi turistici e ha tentato di incoraggiare il turismo interno – prevedendo, ad esempio, sconti per i dipendenti etc. Ma la Croazia conta 4 milioni di abitanti e mai potrebbe, da sola, raggiungere i livelli del turismo internazionale.

Considerando il ruolo fondamentale che questo settore ricopre per l’economia interna – rappresenta, infatti, il 20% del PIL nazionale – cosa significa per la Croazia entrare a far parte dell’area Schengen?

Per anni, molte persone – me incluso – hanno sostenuto che un sistema economico basato perlopiù sul turismo non sia affatto sostenibile. Ho sempre creduto che un evento tragico – come un disastro naturale o un attacco terroristico – potrebbe far crollare l’economia di un paese, se non è abbastanza diversificata.

Adesso siamo nel pieno di una pandemia globale, che ci ha messo di fronte alla necessità di non dipendere più dal turismo e puntare a una maggiore produzione. Città come Dubrovnik hanno sofferto molto il colpo. E a livello nazionale il turismo ha subito un calo del 40% rispetto all’anno precedente. Meglio di quanto ci si aspettasse…Tedeschi, italiani, austriaci, sloveni, ungheresi, bosniaci, serbi, slovacchi, cechi e polacchi non hanno rinunciato alle loro vacanze, evidentemente.

Per quanto riguarda l’area Schengen, credo che entrare a farne parte porterebbe alcuni vantaggi pratici, sia per i cittadini croati che per i turisti proveniente dagli altri paesi. Non so se il numero di turisti aumenterà, ma di certo sarà più semplice per loro pianificare il viaggio.

L’adesione della Croazia trova un ulteriore ostacolo nell’intenzione da parte della Slovenia di porre il veto alla candidatura dello stato confinante, a causa della disputa sul golfo di Pirano, iniziata 29 anni fa. Nel 2017, la Corte arbitrale dell’Aia ha emesso la sentenza finale ma Zagabria non l’ha accettata… Da quel momento la questione bilaterale si è trasformata in un affare europeo, in grado di influenzare il futuro allargamento dell’UE verso i Balcani occidentali…

Cosa credi possa avere una maggiore influenza sull’annessione della Croazia all’area Schengen: il contenzioso con la Slovenia o la politica espansionistica del presidente uscente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, e la sua vicinanza al gruppo politico del primo ministro croato, Andrej Plenkovic?

Credo che l’intento della Slovenia di bloccare l’annessione della Croazia sia da attribuire al governo precedente, presieduto da Marijan Šarac. Quest’estate, l’attuale Primo Ministro, Janez Janša, ha sostenuto che la Slovenia non ha intenzione di bloccare la candidatura della Croazia ma, anzi, spera di trovarla all’interno dell’area Schengen quanto prima.

Io studio in Slovenia e sono consapevole delle atroci pecche del governo Janša. Si tratta di un sistema politico e comunicativo xenofobo, autoritario, trumpista e orbanista. Ma sono sollevato all’idea che almeno abbia riconosciuto la gravità delle conseguenze che un blocco all’annessione della Croazia avrebbe comportato. La percezione dell’opinione pubblica slovena è che la vicinanza, politica e personale, di Pelonkovic a Junker possa aiutare la Croazia a raggiungere i suoi obiettivi internazionali. I territori della Croazia e della Slovenia sono stati parte dello stesso Stato per quattro secoli. Poi, nel 2015, la Croazia ha lasciato l’arbitrato a causa del famoso scandalo di Pirano.

Personalmente, credo che la scelta giusta sia prevedere un confine lungo il fiume Dragonja, nella baia di Pirano. A prescindere dal risultato finale, qualunque decisione andrà a influenzare la vita dei pescatori di entrambe le rive… Spero che le politiche europee sulla pesca aiutino a trovare una soluzione favorevole per tutti.

Il 30 settembre è stato pubblicato il primo “Rapporto sullo stato di diritto dell’Unione Europea”, frutto della volontà espressa dalla Commissione di promuovere un’iniziativa concreta incentrata sulla promozione dello stato di diritto e sulla prevenzione di – o risposta efficace a – eventuali violazioni. La relazione è stata impostata su quattro “pilastri” essenziali:

  1. l’indipendenza del sistema giuridico
  2. la lotta alla corruzione
  3. l’indipendenza dei media
  4. il bilanciamento dei poteri

Per quanto riguarda la Croazia, il Rapporto ha evidenziato un livello di indipendenza della magistratura piuttosto scarso, mentre sono allarmanti i risultati nell’ambito relativo alla libertà dei media: i giornalisti sono spesso vittime di diffamazione, minacce di morte e attacchi fisici, oltre a essere bersaglio quotidiano di hate-speech online…

In che modo viene percepito dalla popolazione croata questo ostacolo alla libertà di stampa e di espressione? Sono state organizzate manifestazioni di protesta? In quali modalità si sono svolte e qual è stata la risposta da parte della polizia?

I croati non sono generalmente inclini a portare avanti grandi manifestazioni di protesta. E quando accade, si tratta sempre di casi isolati e specifici, con un grado di partecipazione relativamente basso. Una delle maggiori proteste degli ultimi tempi è stata organizzata nel 2006, a Zagabria, dove 40.000 persone richiedevano la riforma del sistema educativo nazionale. Qualcosa di simile è accaduto l’anno successivo, con la partecipazione di circa 20.000 cittadini.

Per quanto riguarda il Rapporto sullo stato di diritto… è vero che l’indipendenza del sistema giuridico croato è dubbia. Ed è evidente soprattutto nei processi a attori politici che si protraggono per anni e anni. Esistono anche molti casi di incidenti stradali (letali) con omissione di soccorso, i cui responsabili, se provenienti da famiglie potenti e benestanti, vengono assolti o condannati a una pena detentiva insolitamente breve. Infine, come non includere in questa lista di ingiustizie giuridiche i politici che, nonostante le loro risapute attività criminali, continuano a mantenere le loro cariche ufficiali… In primis, il sindaco di Zagabria, Milan Bandić.

La libertà di espressione in Croazia è un argomento davvero molto complesso. Non è un paese connotato da una repressione organizzata. Ogni visione politica trova, bene o male, espressione. Dall’estrema destra alla sinistra, con la maggioranza dei media a supporto di posizioni più moderate. Questo è un aspetto che differenzia la Croazia dalle vicine Serbia e Ungheria, de facto regimi dittatoriali.

C’è, però, un altro tipo di problema relativo alla libertà di espressione: i media mainstream sono gestiti da privati che intrattengono un qualche tipo di legame con il potere. L’esempio più emblematico è l’ente divulgativo Hanza media, i cui proprietari, gli Hanžeković, sono titolari di un importante studio legale, che ha guadagnato milioni per i servizi offerti allo Stato. Insomma, è difficile credere che le notizie da loro filtrate possano essere critiche nei confronti di quello stesso Stato che ha consentito loro di arricchirsi.

Per quanto riguarda gli abusi e le minacce contro i giornalisti, direi che si tratta di violenza perpetrata dai cittadini. Non credo che il governo abbia bisogno di ricorrere al terrore per colpirli… fa un uso indiscriminato del capitalismo e controlla i media facendo arricchire i loro proprietari. Il vero problema nel mio paese non è tanto la mancanza di pluralismo, quanto piuttosto un surplus di corruzione.

Alle politiche del 5 luglio, il partito conservatore HDZ (Unione Democratica Croata) ha riportato un vittoria sorprendente, aggiudicandosi 66 seggi sui 150 disponibili. Diversamente dai pronostici, che prevedevano un testa a testa con i socialdemocratici, Plenkovic ha adesso l’opportunità di portare avanti un percorso non più dipendente dall’estrema destra che, nel nuovo parlamento croato, è rilevante ma non politicamente determinante.

I prossimi 4 anni saranno, quindi, caratterizzati da un governo stabile di centro-destra con una direzione moderata e europeista.

Quali sono le ragioni che hanno portato Plenkovic al governo? Credi che la gestione della pandemia – e, in particolare, l’anticipazione del voto – , il sostegno da parte delle minoranze e le proposte socio-economiche abbiano giocato un ruolo decisivo?

Anche se i sondaggi indicavano una probabile maggioranza per il partito socialdemocratico, la vittoria dell’Unione Democratica non è così sorprendente. Sono tante le ragioni…

Prima di tutto, i Socialdemocratici negli ultimi anni non hanno proposto delle politiche pubbliche convincenti e alternative a quelle messe in atto dall’Unione. Inoltre, lo stesso Bernardić non godeva di grande stima da parte dell’opinione pubblica, a causa di una serie di gaffes. L’Unione ha approfittato di queste circostanze e ha incentrato la sua campagna sulla leadership di Plenković, prevedendo che Bernardić non avrebbe potuto reggere il confronto… Ed è esattamente quello che è accaduto. C’è anche da dire che l’Unione ha scelto un buon momento per andare alle urne – due mesi prima del previsto – soprattutto alla luce di come era stata gestita la pandemia fino a quel momento… Tutti gli errori e le leggerezze commesse durante le elezioni, alla fine sono rimaste impunite e non hanno influito sulla scelta degli elettori.

Plenković aveva abolito tutti gli elementi più oscuri del partito, come il nazionalismo e il chauvinismo. E nel formare una coalizione con la minoranza, aveva lasciato all’opposizione il Movimento Patria (“Domovinski Pokret’’). Allo stesso tempo, però, il suo governo non è stato in grado di risolvere i veri problemi della nazione: corruzione e nepotismo. È quasi impossibile trovare lavoro nel settore pubblico senza raccomandazioni. E la colpa non è solo dei politici. Come disse George Bernard Shaw: la democrazia è un meccanismo che ci assicura che mai saremo governati meglio di quanto meritiamo.

Fino a quando le persone non sceglieranno di bloccare certe dinamiche, il nostro sistema politico non cambierà. Nel frattempo, abbiamo quantomeno evitato mali peggiori, come l’autoritarismo, l’oppressione e l’odio istituzionalizzato. Il sogno di una società onesta e rispettabile non è ancora stato realizzato, ma vive. E io rimango ottimista.

Tre anni fa, nel pieno della mia bellissima esperienza Erasmus a Lubiana, ho vissuto una giornata indimenticabile a Zagabria insieme a Maria Elena, che anche tu conosci bene 🙂

Appena arrivata, me ne sono immediatamente innamorata. È stato come fare un salto nel passato, in un connubio armonioso di epoche diverse. L’atmosfera rilassata e vivace infondeva grande serenità. Un luogo di grande fascino per chi, come me, ama il verde, sono senz’altro i Giardini botanici… Con più di 10.000 specie di piante indigene ed esotiche, passo dopo passo venivo abbracciata da un tripudio di profumi e colori, che sapevano proprio di felicità.

Marin, cos’è per te la felicità?

Me lo sono chiesto per così tanti anni… Se facessimo questa domanda ai miei nonni (nati tra gli anni ’30 e i ’40), loro probabilmente direbbero che la felicità è assenza di problemi seri – alla luce delle difficoltà materiali che hanno vissuto durante il periodo della guerra. Mi piace questa definizione, credo sia molto umile. E ci permette di vedere la felicità nella nostra quotidianità.

Ciò che mi fa stare davvero bene è essere in compagnia di belle persone. E soprattutto avere rispetto per me stesso. Non bere o fumare in maniera smodata ogni giorno. Non mentire alle persone che ti amano. Non soccombere alle dipendenze, di qualunque natura… La vita è in continua evoluzione, le situazioni cambiano e i problemi che sembrano irrisolvibili sono quelli che abbiamo creato noi stessi. L’onestà, l’integrità e il rispetto, invece, possono rimanere intatti sempre.

Ogni giorno è stato un domani ed è meraviglioso poterlo vivere appieno. Per rispondere alla tua domanda… La felicità, per me, è avere un domani.

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