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In Mente Itaca: Educazione Non Formale Per Comprendere I Diritti Umani – Intervista a Ayoub Moussaid

Scritto da:

Benedetta Pisani

Nell’ottobre 2019 iniziava la mia avventura da tirocinante presso il Centro Studi Sereno Regis di Torino. Ricordo quel periodo con un po’ di malinconia. Un’emozione bella, non nostalgica, in cui mi ritrovo spesso. Era tutto così diverso, io ero diversa. Quell’esperienza ha sicuramente contribuito alla mia crescita personale e mi ha regalato moltissimo. E tra i regali più belli, c’è Ayoub.

Attivista per i diritti umani, Ayoub Moussaid è anche un appassionato di cultura in tutte le sue sfaccettature e da anni ormai è inserito nel mondo della scuola, del teatro e dei musei, dove lavora come entusiasta youth worker.

Quando hai iniziato a lavorare con i giovani? E cosa ti ha spinto a intraprendere questa strada così emozionante e complessa?

Ho iniziato a lavorare con i giovani quando ancora ero giovane anch’io. Non che ora non lo sia più, solo che adesso lavoro proprio con chi è seduto nei banchi delle scuole e dei doposcuola. Come animatore socioeducativo propongo dei laboratori sull’educazione ai diritti umani e laboratori teatrali, in particolare il teatro sociale. Ho deciso di iniziare questo percorso perché spero e desidero impegnarmi affinché nessuna persona debba vivere le situazioni che ho incontrato io tra i banchi e nei contesti difficili dei doposcuola. Soprattutto vorrei che tutte e tutti avessero la possibilità di esprimersi e formarsi sul tema più importante per ogni individuo: i diritti umani.

In che modo riesci a portare i diritti umani tra i banchi di scuola? Quale metodologia educativa metti in pratica per accompagnare i più giovani nel loro percorso di consapevolezza ed emancipazione?

“I diritti umani sono quelli di cui godiamo per il semplice fatto di appartenere al genere umano”.

Organizzazione delle Nazioni Unite

Partendo proprio da questa definizione mi sono detto: se appartengono a tutte e tutti, allora sicuramente sono già lì tra i banchi in attesa di essere affrontati, capiti e compresi, dal diritto all’istruzione fino alla parità di genere e al contrasto alle discriminazioni.

Per avvicinare studenti e studentesse a questi temi, uso le tecniche dell’educazione non-formale, una metodologia che mescola le molteplici forme dell’apprendimento tramite l’esperienza delle attività della vita quotidiana legate al lavoro, alla famiglia, al tempo libero. L’idea è quella di imparare facendo, intendendo l’apprendimento non solo come memorizzazione ma anche, e soprattutto, come comprensione attraverso le azioni.

HUMANS è nato durante i primissimi mesi di lockdown ma era ancora un’idea astratta, in cui obiettivo, target e forma si fondevano e confondevano in una nuvola attraversata da un luminoso raggio di sole. Avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse a fare chiarezza e la prima persona a cui ho pensato è stato Ayoub. La nostra lunga e arricchente conversazione mi ha donato infiniti stimoli, dubbi e idee, che oggi rappresentano i tasselli fondamentali di questo progetto.

Nel corso di quella stessa chiacchierata telefonica, Ayoub mi disse che un suo grande sogno, al quale lavorava da tempo, stava finalmente per avverarsi… InMenteItaca, punto di partenza d’un viaggio dalla durata incerta e meta per il ritorno al tanto desiderato porto sicuro.

Cos’è InMenteItaca e quali tappe ha dovuto percorrere prima di ottenere il riconoscimento giuridico di Associazione?

InMenteItaca è una realtà sociale che contiene in sé l’isola stessa. E’ sia il punto di partenza d’un viaggio dalla durata incerta, sia la meta per il ritorno al tanto desiderato porto sicuro. Al timone vi è un intero equipaggio con il medesimo fine: oltrepassare le tanto temute colonne d’Ercole, costruite nel tempo da resistenti miscele di odio, paure, egoismo e passività collettiva. Bisogna andare oltre, navigare, scoprire nuovi paesaggi più equi e intersezionali, lasciare un’impronta concreta e positiva. Così da dimostrare che in fondo sognare non è solo cosa da idealisti.

InMenteItaca è nata ufficialmente nell’agosto del 2020, quando finalmente ci siamo potuti vedere di persona per la prima assemblea. Ma nei mesi precedenti, in particolare dal primo lockdown eravamo già partiti con la creazione del gruppo proiettandoci su un impegno a lungo termine: una vera sfida che ci ha resi ancora più consapevoli del messaggio che volevamo trasmettere e con esso le azioni che cercavamo di mettere in pratica.

Qual è la mission e in che modo la perseguite?

La nostra associazione nasce dall’incontro di un gruppo di giovani dalle diverse competenze, ma con la stessa missione: promuovere la formazione e l’educazione ai diritti umani attraverso progetti di educazione formale e non formale, attività artistiche, eventi informativi e di divulgazione con l’obiettivo di coinvolgere la cittadinanza per affrontare i temi di sempre maggior importanza ed attualità come il razzismo, la discriminazione, la disparità di genere e la disuguaglianza sociale.

Con la consapevolezza di anni passati a considerare queste tematiche come argomenti a sé stanti, InMenteItaca vuole rimarcare il carattere intersezionale che la contraddistingue per far fronte a queste dinamiche sociali interdipendenti tra loro.

Tra i suoi mille interessi, Ayoub è un amante del teatro e un esperto nella trasmissione delle discipline teatrali come strumento formativo e stimolante per prendere coscienza delle proprie potenzialità creative, espressive e comunicative, in uno scambio libero e privo di giudizio. L’educazione alla teatralità è strettamente interconnessa con l’educazione alla nonviolenza, entrambe pratiche attive per guidare chi decide di prenderne parte in un percorso di socializzazione, di valorizzazione delle proprie capacità e di quelle altrui e di ascolto empatico delle emozioni, in un contesto di confronto e fiducia reciproca.

In quale momento della tua vita ti sei avvicinato al teatro e in che modo questa disciplina ha contribuito alla tua crescita personale e professionale?

Il mio primo approccio con il mondo del teatro fu dopo un paio di anni dal mio arrivo in Italia, nel lontano 2005. Ancora vivevo molte difficoltà con la lingua, diversi problemi di discriminazioni a scuola, e una vera confusione dopo un’adolescenza vissuta tra due Paesi e due culture e quindi a metà. Ecco che arriva la proposta di iscrivermi ad un laboratorio teatrale a Savigliano, insieme all’associazione “Voci Erranti”.

Ho sempre pensato, e ancora oggi credo fortemente, che grazie al teatro sono riuscito a ritrovare me stesso, o almeno trovare quello che stavo diventando: il teatro si è rivelato un luogo chiamato casa, il gruppo una famiglia e gli spettacoli il mio grido, la mia lotta che mi ha liberato da tutto ciò che poteva distruggermi.

Quali progetti teatrali hai curato e qual era l’obiettivo educativo-formativo perseguito?

Mi sono impegnato molto nella provincia di Cuneo in vari doposcuola. Attraverso il teatro sociale siamo riusciti a presentare sul palcoscenico molti lavori che avevano come temi il razzismo, la violenza sulle donne, il bullismo e la povertà: temi che partivano dai ragazzi e dalle ragazze ma soprattutto dal loro vivere. Inoltre in questi ultimi due anni, in particolare in quartieri difficili di Torino, abbiamo realizzato dei laboratori teatrali con ragazzi e ragazze di origine straniera.

L’obiettivo è sempre stato imparare gli uni dagli altri divertendoci, ma soprattutto trovare uno spazio non solo di dialogo ma anche di ascolto e di sfogo in cui potessimo sentirci tutte e tutti allo stesso livello. Avevamo l’obiettivo comune di stare bene prendendoci cura di noi stessi e del gruppo: avevamo il pensiero di salire un domani sul palcoscenico, affrontando le nostre paure e la nostra timidezza, per farci ascoltare dal quel mondo che spesso ci vede ma non ci capisce e addirittura ci giudica ancora prima di conoscerci.

Per quanto paradossale sia che l’arte della finzione scenica rappresenti una delle attività umane più legate all’autenticità, è innegabile che il teatro sia espressione concreta del “qui e ora”, dell’attimo presente. Ogni preciso istante, ogni battuta, ogni espressione e movimento è vissuto lì, in quel momento, ed è un dono che l’attore fa al pubblico. Il teatro è l’arte della spontaneità, un’attitudine essenziale per trovare la felicità anche nei piccoli momenti di quotidianità.

Ayoub, cos’è per te la felicità?

La felicità è amore, dolore e poi amore.
La felicità è un sorriso vero,
ma è anche un abbraccio sincero.
Quando non ti senti solo,
e vuoi prendere il volo camminando
orgoglioso.
La felicità è una casa, un pasto caldo e
persone accanto.
Per molti è pace e una notte tranquilla,
per alcuni è alzare gli occhi e trovare una stella.
Per me invece una felicità di qualità si chiama
serenità.

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