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Mar Rosso – Intervista a Neil Vivaldo

Scritto da:

Benedetta Pisani

La rubrica dedicata all’imprenditoria multietnica di Torino nasce per dare un senso rinnovato alla mia tesi di laurea e non lasciarla cadere nel cyber dimenticatoio degli archivi universitari. Dedicando loro questo piccolo spazio, voglio ringraziare tutte persone che ho incontrato e che hanno scelto di dedicarmi del tempo prezioso, accogliendomi nelle loro case.

Ho conosciuto Neil in un fresco pomeriggio di metà febbraio. Appena varcata la soglia del cancello in via Bidone, un’amabile sensazione di tranquillità mi ha avvolta. Per qualche ora, sono stata immersa in un mondo quasi bucolico, lasciandomi alle spalle la frenesia della città.

Mi sento la benvenuta e mi rilasso. Avvio il registratore e do inizio alla seconda intervista, che poi si è rivelata anche questa volta una piacevole e arricchente chiacchierata.

IL PERCORSO DELL’IMPRENDITORIE

Quali esperienze formative e professionali hai vissuto nel tuo Paese d’origine o all’estero, prima di arrivare in Italia?

Ho iniziato a lavorare a 14 anni nel ristorante dei miei. Poi, ho fatto la scuola alberghiera e continuavo a lavorare lì. Quando ero più giovane non smettevo mai… Ristorante quasi tutto l’anno e poi nei mesi estivi e invernali andavo a fare le stagioni in altre città.

Quando hai deciso di avviare l’attività? Quali fattori hanno influito su questa scelta?

Fortunatamente e sfortunatamente, l’attività era già dei miei genitori, papà (piemontese, di Alba) e mamma (eritrea). Quando io ero più piccolino, mio padre ha deciso di trasferirsi da solo in Eritrea, dove ha aperto un ristorante piemontese. Nel frattempo, mia madre voleva raggiungere mio padre giù e ha lasciato l’attività nelle mani di mio fratello, Luca. Io gli sono stato vicino e ho imparato tanto. Dai 16-18 io mi sono trovato in qualche modo coinvolto in qualcosa più grande di me.

Hai ricevuto aiuto/sostegno da amici, parenti, enti pubblici o privati…?

Quando i miei hanno aperto il ristorante, nel 1996, hanno usato i risparmi di mia madre. Qualche prestito da amici, che poi abbiamo restituito appena l’attività ha iniziato a ingranare.

In realtà, di fondi pubblici ce ne sarebbero molti, i famosi “fondi a fondo perduto”… ci sono molti soldi fermi lì ma nessuno sa che esistono.

Quali sono le principali difficoltà che ha dovuto affrontare per aprire la sua attività?

La difficoltà più grande è emersa quando la ristorazione si è evoluta, quando, nel bene e nel male, sono stati introdotti molti più controlli e più regole. A livello fiscale, tra le cose da pagare e quelle a cui devi stare dietro… Alla fine, un ristorante è proprio un’impresa, a tutti gli effetti.

Quali ostacoli e nuove difficoltà continui a incontrare per poter portare avanti l’attività?

Un problema della nostra tipologia di attività o, meglio, di cucina, è che puoi lavorare bene da ottobre a maggio, ma quando comincia il caldo è poco attraente per chi non è abituato a piatti così speziati e “pesanti”.

LE CARATTERISTICHE DELL’IMPRESA

Identificheresti la tua clientela a prevalenza italiana, straniera o mista?

Il 99% dei clienti sono italiani. Gli africani venivano a prendere qualcosa da portar via… Ma non c’era l’abitudine di fermarsi a mangiare al ristorante inizialmente. Ai tempi, quando mio fratello era più giovane, venivano molti universitari che adesso sono già quarantenni con le famiglie. Il target è piuttosto misto, giovani, anziani, famiglie… Dal giovane di 18 al sessantenne che vuole provare qualcosa di nuovo, oppure molte famiglie che hanno adottato bambini del corno d’Africa vengono con i propri figli. Quando abbiamo cambiato locale, anni fa, io ero dispiaciuto per loro perché eravamo l’unica congiunzione con l’Africa…

Come descriveresti i tuoi rapporti con la clientela?

Diventiamo proprio amici con il cliente. Il nostro essere africani è anche questo: condivisione di momenti anche con le persone appena conosciute. C’è amicizia e convivialità… il “Mar Rosso” è anche questo.

Nella scelta dei dipendenti hai preferito considerare dei connazionali? Se si, perché?

Il primo locale era di 180mq, con circa 100 coperti, e avevamo circa 10 dipendenti. Il locale attuale invece arriva a massimo 40-50 coperti, ma al momento non abbiamo dipendenti… Purtroppo, abbiamo dovuto licenziarli. Tutti quelli che abbiamo avuto, li abbiamo assunti tramite borse lavoro. L’ultima era una ragazza etiope con un figlio. Le abbiamo insegnato a cucinare tutti i nostri piatti. Poi, in sala c’era sempre una ragazza italiana e ultimamente avevamo anche un ragazzo brasiliano che lavorava la sera.

Hai mai messo in pratica “strategie competitive” per affrontare la concorrenza? Che tipo di rapporti hai con gli altri imprenditori attivi nello stesso settore?

Non c’è nessuna strategia… Facciamo piatti di tutta l’Africa, alcuni riprodotti in versione un po’ più occidentale.

All’inizio non c’era concorrenza. Per esempio, d’estate quando giravi per San Salvario non c’era nessuno… non come adesso, che sono tutti qui. I primi clienti, infatti, sono arrivati con il passaparola. E oggi continuano a venire per passaparola… Si, usiamo i social e facciamo pubblicità, ma è poca roba. Infatti, non siamo diventati ricchi proprio perché cerchiamo di trasmettere il nostro modo di vivere. E proprio per questo, oggi non abbiamo concorrenza: la cucina che proponiamo noi, la facciamo solo noi. L’unica cosa che ricorda i nostri piatti è un “trapizzino”ripieno di zighinì, uno spezzatino di manzo fatto con il berberè che una spezia del corno d’Africa…

Molti anni fa, hanno provato ad aprire un ristorante eritreo ma è durato un anno.

Hai mai frequentato dei corsi di formazione (o aggiornamento) professionale? Se si, di che tipo?

Tanto tempo fa c’era il REC, dovevi fare un tot di ore per intestarti una licenza che ti consentisse di trattare e somministrare cibi.

LA PERCEZIONE DI SÉ E CONSIDERAZIONI SUL FUTURO

Complessivamente, sei soddisfatto dell’attività allo stato attuale?

Della mia vita non sarò mai soddisfatto, mi sembra sempre di aver fatto poco. Adesso vedo i più giovani che fanno mille cose, troppe cose…

Ma sono molto fiero di me, rifarei tutto quello che ho fatto. L’unica cosa è che il lavoro mi ha assorbito molto e non ho potuto viaggiare come avrei voluto.

Secondo te, è corretto parlare di “integrazione riuscita” in San Salvario? Vedi delle differenze rispetto ad altre zone di Torino, altre città d’Italia e altri paesi? E rispetto al tuo paese d’origine?

Credo ci sia abbastanza integrazione qui… Nella mia vita non mi sono mai sentito fuori posto… nessun episodio di razzismo neanche a scuola. Per quanto riguarda la comunità locale,San Salvario ti risucchia, non vorresti mai andare via. Ci sono delle mancanze, chiaramente, come ovunque. Però, tra noi ristoratori c’è grande collaborazione. Ci aiutiamo a vicenda.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Non ci sono progetti per il futuro… non si possono fare al momento. Non si può investire se non hai la possibilità di mostrare al pubblico i cambiamenti che hai fatto. Ho voglia di viaggiare, imparare l’inglese e lavorare in ristoranti per conoscere più cucine dal mondo, invece che guardare video-ricette su YouTube. L’anno scorso volevo girare l’Africa, partendo dal Marocco e farmi tutta la costa, scendere in Sud Africa e risalire nel mio paese… sono quasi 20 anni che non ci vado. Ma tra pandemia e guerre civili che ci sono in continuazione… Pensa che a causa della pandemia e della guerra in Etiopia, sono tre mesi che i nostri fornitori non riescono a farci arrivare il berberè.

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