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Persian Food – Intervista a Niloufar Nojabaei

Scritto da:

Benedetta Pisani

Niloufar Nojabaei, proprietaria del ristorante Persian Food, è la nuova protagonista della rubrica “Imprese multietniche a Torino”. I capelli biondissimi (quasi) più ricci dei miei e lo sguardo arguto, che lasciava immaginare un bellissimo sorriso sotto la mascherina, mi hanno dato il benvenuto in luogo accogliente e suggestivo.

Davanti a un buon tè caldo e dei friabili pasticcini preparati da suo marito, Hassan Akberi, iniziamo a chiacchierare e Nelly, con schietta concretezza e ottimismo, mi ha raccontato qualche episodio della sua vita in Iran e della scelta, ardua ma necessaria, di lasciare il il suo paese d’origine per preservare un bene inestimabile di cui nessuno dovrebbe mai essere privato: la libertà.

IL PERCORSO DELL’IMPRENDITRICE

Quali esperienze formative e professionali ha vissuto nel suo Paese d’origine o all’estero, prima di arrivare in Italia?

Io ero direttrice di una fabbrica in Iran, che produce chiodi e colori per tappeti e pelle, che mandavano anche in Italia. Sono laureata in Lingua e letteratura persiana, ma sono stata assunta in questa fabbrica, che non c’entrava nulla con i miei studi, perché il proprietario era un amico di mio padre… come funziona in tutte le parti del mondo. In Iran, in realtà, non avevo bisogno di lavorare ma andavo per non stare in casa, per non sentirmi inutile nella società.

Cosa la ha attratta a Torino e/o, nello specifico, a San Salvario?

Il fratello di mio marito viveva qui e ci ha consigliato di venire. In più, noi non volevamo che nostro figlio crescesse in un paese come l’Iran, governato dal fascismo. Io sono contenta di essere qui e, fin quando non cambiano le cose nel mio paese, io non ci torno. Non è un posto adatto a vivere… siamo nati per essere liberi.

In Italia, quale impiego ha svolto prima di iniziare la sua attività imprenditoriale?

In Italia, ho sempre lavorato, esclusi tre anni durante i quali mi sono dedicata a mio figlio, che era piccolo… Forse avrei dovuto starci ancora di più dietro…

Il primo lavoro che ho fatto è stato distribuire il giornale “L’Eco”, quello gratis. Poi, ho lavorato in un ristorante per 3 anni e mezzo; all’Auchan come cassiera; in un magazzino, dove etichettavo i vestiti…

Nel ristorante mi avevano promesso l’assunzione a tempo indeterminato, però ogni volta che chiedevo al direttore se voleva il mio curriculum, lui mi rispondeva che non ne aveva bisogno. Alla fine, hanno assunto una ragazza senza dirmi nulla. Mi sono sentita stupida e tradita. Non avevo più voglia di sentirmi così. Me ne sono andata subito. Sono stata davanti al computer giorno e notte, per cercare un nuovo lavoro, e dopo una settimana mi hanno assunta all’Auchan. Chi cerca, trova. Se hai bisogno di fare una cosa, devi andare in fondo.

Quando ha deciso di avviare l’attività? Quali fattori hanno influito su questa scelta?

Quando lavoravo all’Auchan, è cominciata la crisi economica. E io la percepivo ogni giorno… i carrelli erano sempre più vuoti. Alla fine, mi hanno licenziato perché non potevano più pagarmi. Ma io l’ho capito e ne ho approfittato per cominciare una nuova fase della mia vita. Sono andata in Iran a sistemare un paio di cose e, nel frattempo, mio marito, che aveva dovuto lasciare il suo lavoro di decoratore per un problema alla schiena, ha preso il locale.

Quando sono tornata in Italia, ho frequentato un corso di italiano all’Università di Torino. E un professore di Storia dell’oriente mi ha chiesto di fare da traduttrice di persiano… Io ci ho pensato tanto ma all’epoca avevamo aperto da poco il negozio e ho dovuto rinunciare. Sapevo che era un lavoro di alto livello ma io volevo dedicarmi alla mia nuova attività.

Ha ricevuto aiuto/sostegno da amici, parenti, enti pubblici o privati…?

Ho avuto un prestito dalla banca ma non è stato sufficiente… Rispetto a tutte le spese che bisogna affrontare, quei soldi non bastano purtroppo…

Quali sono le principali difficoltà che ha dovuto affrontare per aprire la sua attività?

All’inizio, non vendevamo molto. Eravamo ancora sconosciuti e il locale era molto piccolo. Venivano molti studenti iraniani, a cui regalavamo anche il cibo avanzato la sera.

Nel corso degli anni, abbiamo avuto tante difficoltà. Non riuscivamo a pagare tutto… le tasse sono troppo alte. Lavori, lavori, lavori e alla fine non ti ritrovi niente. È impossibile… devi essere un ladro per andare avanti senza problemi. Con la crisi sanitaria che stiamo vivendo, il prestito che abbiamo ricevuto mi sembra l’unica manovra pensata in maniera intelligente. Per il resto, ci stanno facendo morire d’ansia…

Quali ostacoli e nuove difficoltà continua a incontrare per poter portare avanti l’attività?

La situazione economica in Italia è un po’ difficile ma io sono molto ottimista… Quando vedo mio marito un po’ pensieroso io gli dico di pregare Dio che ci ha dato dei proprietari che non fanno problemi sui pagamenti.

LE CARATTERISTICHE DELL’IMPRESA

Identificherebbe la sua clientela a prevalenza italiana, straniera o mista?

La nostra clientela è prevalentemente italiana, di livello sociale medio-alto. Sono molto educati, mai volgari…

D’estate, quando ci sono i turisti, vengono tanti arabi perché mio figlio ha scritto sul sito del ristorante che noi cuciniamo anche carne halal.

Qualora volesse rispondere, come descriverebbe i suoi rapporti con la sua clientela? Nota delle differenze in base alla loro provenienza?

Io ho aperto un ristorante per aprire anche il mio cuore a chi viene. Non mi mostro mai nervosa perché non voglio che i clienti avvertano negatività in questo locale… Solo sorrisi e accoglienza.

Nella scelta dei suoi dipendenti ha preferito considerare i suoi connazionali? Se si, perché?

Non abbiamo dipendenti. Prima c’era qualcuno che collaborava a chiamata… L’ultima ragazza aveva bisogno di aiuto per pagare l’affitto e quindi l’abbiamo tenuta un po’ di più, fin quando non ha superato il periodo difficile.

Ha mai messo in pratica “strategie competitive” per affrontare la concorrenza? Che tipo di rapporti ha con gli altri imprenditori attivi nel suo stesso settore?

Lavoriamo su tre cose principali: qualità, comportamento e pulizia. Se hai questi tre, avrai anche i clienti. Il nostro freezer è sempre vuoto perché non surgeliamo niente… Andiamo a fare la spesa in base al consumo previsto, per ridurre i costi e aumentare i guadagni. È meglio fare piccoli passi, ma giusti. Se hai questa politica, sei vincente e non rischi pubblicità cattiva…

In più, noi non vogliamo essere dipendenti da nessuno. Non abbiamo fornitori (tranne per la birra). In un momento come questo , in generale, con la povertà che c’è nel mondo, non va sprecato niente. Se rimane qualcosa, noi facciamo le confezioni e le portiamo in via Po per quelli che dormono per terra. Non buttiamo nulla, tranne le cose che le persone lasciavano nei piatti (ma di solito non rimane niente). Noi rispettiamo le persone. Devi avere coscienza e rispetto, così vai avanti e non temi la concorrenza.

Ha mai frequentato dei corsi di formazione (o aggiornamento) professionale? Se si, di che tipo? Ne ha tratto beneficio ai fini dello sviluppo della sua attività?

Quando lavoravo in fabbrica, ho fatto un corso di contabilità per pagare tutti i lavoratori… tutto passava per le mie mani, anche le etichette dei prodotti chimici.

Poi, da quando ho avviato il ristorante qua a Torino, ho dovuto seguire vari corsi e prendere tante licenze: igiene, somministrazione, HCCP, distribuzione, ecc… Alcune erano molto difficili, mi ricordo che ho studiato tanto. Ero super contenta quando li ho passati.

LA PERCEZIONE DI SÉ E CONSIDERAZIONI SUL FUTURO

Complessivamente, è soddisfatto della sua attività allo stato attuale?

La fase che stiamo vivendo è globale. Se ero da sola, avrei sofferto di più. Io credo che ci aiuteranno… Sono fiduciosa e soddisfatta.

Secondo lei, è corretto parlare di “integrazione riuscita” in San Salvario? Vede delle differenze rispetto ad altre zone di Torino, altre città d’Italia e altri paesi? E rispetto al suo paese d’origine?

Non ho avuto nessuna difficoltà a integrarmi. Quando mio marito è venuto la prima volta a Torino a cercare casa, si è seduto in una panchina in piazza Vittorio e ha detto al fratello: “O abiterò qui o torno in Iran.” Alla fine, abbiamo trovato una casa proprio lì, in piazza Vittorio.

All’inizio abbiamo avuto difficoltà con la lingua… Noi parlavamo l’inglese come seconda lingua ma qui nessuno ci capiva. Quindi, mi sono detta che dovevo imparare l’italiano e ho frequentato una scuola insieme a mio marito. Quando sono arrivata, ero giovane, intraprendente e coraggiosa… se non si è coraggiosi, diventa tutto più difficile. La prima cosa da fare è imparare la lingua. Conoscere una lingua in più non fa male e serve… è un mezzo.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Per il momento dobbiamo affrontare le difficoltà causate dal covid, ma prima volevamo ampliare il locale… Io non perdo mai la speranza. Quando ci hanno messo in zona gialla per qualche giorno, il locale si è riempito. E questo mi dà tanta gioia perché vuol dire che non ci hanno dimenticati.

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