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In Viaggio (Sostenibile) Con Brina -Intervista a Sabrina Steriti

Scritto da:

Benedetta Pisani

Oggi, HUMANS si dipinge dei colori della natura e fa salire a bordo una protagonista speciale, Sabrina Steriti. Plant-based chef autodidatta e content creator (@wellnesswithbrina su Instagram: se ancora non la seguite, correte!!), si occupa di tutto ciò che riguarda un’alimentazione sana e naturale, e uno stile di vita a basso impatto ambientale!

Cosa si intende per plant-based? In che modo e quando ti sei avvicinata a questo mondo? 

Plant based è un’alimentazione vegetale volta al benessere dell’individuo (non è una dieta: non mi piace parlare in termini di dieta perché questa parola porta con sé una connotazione negativa e di restrizione/costrizione). Infatti più che dieta mi piace definirlo un lifestyle, un vero e proprio modo di vivere e nutrirsi!

Come dice anche la parola PLANT BASED, l’alimentazione è basata sulle piante, sul mondo vegetale, che è davvero ricco e vario, come forse mai nessuno prima ci aveva insegnato. Da piccoli impariamo che la verdura è un contorno, da piccoli impariamo che mangiare pesce fa bene. La verità è che siamo nel 2021 e le cose che forse, e dico forse, potevano fare bene anni e anni fa, adesso non sono per nulla sane (penso a livello ambientale, etico, funzionale, di salute etc).

Mi sono avvicinata alla cucina vegetariana nel lontano 2013, dopo aver visto alcuni documentari veramente potenti (ricordo Samsara in particolare). É stato assolutamente un percorso per gradi, un percorso che consiglio a tutti quelli che vorrebbero migliorare la propria salute, e quindi la propria vita, e/o che hanno a cuore il pianeta e la sostenibilità!

In linea con i valori e le conoscenze di cui si fa promotrice e divulgatrice, Brina è una viaggiatrice consapevole e eco-friendly

Quando hai iniziato a viaggiare, qual è stato il primo luogo che hai visitato e quale viaggio ti ha aperto la strada verso il cambiamento?

Sicuramente il Working Holiday fatto in Australia nel lontano 2013, dopo la mia laurea! Fare le prime esperienze lavorative, vedere un posto così avanti, con tanti caffè vegetariani, attenti anche all’ambiente, mi ha sensibilizzato e fatto sicuramente capire che avevo ancora tanto da scoprire e imparare. Poi i primi frutti tropicali assaggiati, il primo incontro con l’avocado, i primi formaggi vegani…wow! Anche i primi corrieri in bicicletta, io li ho visti proprio lì e mi sono detta: voglio essere una di loro!

È così è nata la voglia di sperimentare in cucina, con nuovi ingredienti e conoscenze. La cucina è sempre stato un ambiente nel quale ero a mio agio sin da piccola, ho sempre amato cucinare, ma in maniera più tradizionale diciamo.

Ero proprio in Australia quando ho guardato Samsara per la prima volta. Ricordo benissimo la sensazione e la consapevolezza che da quel giorno nulla sarebbe più stato come prima per me. Avevo visto con i miei occhi finalmente, cosa si celava dietro alla mia cena: tanta sofferenza, tanto spreco di risorse e poco nutrimento!

In attesa di tempi più sereni, hai qualche consiglio su come viaggiare, riducendo al massimo l’impatto ambientale?

Portate la bici con voi ovunque andiate! Anche in aereo! Scoprirete che non è così difficile come pensate. A tal proposito sto preparando una guida su Bali, che conterrà anche tanti consigli pratici su viaggiare in sé, su come organizzare un viaggio economico e a basso impatto ambientale. Poi sicuramente qualche facile accorgimento: borraccia sempre con noi e se si ha fame comprare della frutta in un bel mercato locale. Alle volte non ci pensiamo ma la natura ci regala degli snack favolosi, pieni di nutrimento e plastic-free! 

Fino a pochi mesi fa, Brina era proprietaria di una gastronomia vegetariana  a Torino, nel quartiere del mio cuore, San Salvario. Ricordo che, prima ancora di trasferirmi, avevo annotato tutti i “ristoranti e locali assolutamente da provare” e il Baracchino Itinerante era in cima alla lista. Quando, poi, ho scoperto che si trovava a 5 minuti da casa è diventato quasi una fissazione… fossero tutte così le fissazioni: buone, colorate e sane!

Ti va di raccontarci il tuo percorso imprenditoriale?

E’ successo che dopo l’Australia ho fatto un’esperienza lavorativa/formativa in Indonesia: aiutavo a gestire un resort e ristorante sul mare di due italiani “improvvisati” chef (uno architetto, l’altro elettricista!) e questo mi ha come acceso una lampadina in testa! Ma se questi due, che cucinavano a casa per diletto, ce l’hanno fatta, perché non posso farcela anche io?

Da lì ho iniziato a fantasticare e a perfezionare le mie ricette: sognavo, con i soldi risparmiati e guadagnati in Australia, di tornare a Torino e finalmente aprire un piccolo locale che fosse in grado di dare alla città quello che ancora non c’era: una gastronomia innovativa, con tanti piatti dal mondo, ma che non fosse esplicitamente vegana, più improntata sul concetto di healthy, veloce e fresco che sul veg&vegan. Volevo che si sentissero tutti accolti, quindi. ho preferito non dargli l’etichetta di VEGAN. In questo modo credo di essere riuscita ad arrivare a molte più persone, proprio perché non c’era giudizio! Non c’erano neanche tutti i sostituti della carne che la maggior parte degli onnivori non tollerano, o comunque non vedono di buon occhio! 

Così sono tornata a Torino ad aprile 2015, e dopo un periodo di prova con amici e parenti, di cene a domicilio, di “beta testing” e di recensioni positive, ho deciso di buttarmi!

Quando hai deciso di avviare questa attività e quali difficoltà hai incontrato?

La difficoltà maggiore è stata sicuramente quella di trovare il posto adatto. Mi ci sono voluti circa 9 mesi, un parto praticamente!

Doveva essere in una posizione abbastanza centrale per permetterci di arrivare un po’ dovunque in bicicletta, non doveva richiedere un investimento di avviamento più grosso di quanto non potessi permettermi e doveva essere comunque un posticino piccolo, per poter mantenere i prezzi “popolari”, i classici 7-8 euro della pausa pranzo. Pensa che stavo per firmare un contratto per un posto in corso Principe Eugenio, spesso mi chiedo come sarebbe andata se avessi intrapreso quel percorso.

Un’altra difficoltà è stata quella di conciliare il lavoro con il resto della mia vita; siccome ci credevo davvero al 1000 per 100, ho davvero dato tutta me stessa, sacrificando anche tanti aspetti della mia vita. Di questo però non mi pento, sono convinta che le cose dovessero andare esattamente così.

Devi sapere che inizialmente ho fatto tutto da sola, menu, spesa, cucina e consegne! Ma ben presto mi sono resa conto che non potevo proprio fare il boia e l’impiccato. Così ben presto mi sono dovuta scontrare con un’altra difficoltà è stata quella di reclutare personale: inizialmente ho fatto fatica, era molto difficile capire come relazionarsi, come individuare persone che si potessero appassionare al progetto e così via, finché poi ho avuto la fortuna di incontrare persone straordinarie che mi hanno accompagnato nella crescita personale e lavorativa, corrieri che sono diventati amici, amici che sono sempre stati lì nel momento del bisogno, andando a creare insieme qualcosa che era molto più di un ristorante ma un luogo di scambio e di crescita mutuale.

Quando ho guardato il video in cui Brina annunciava che avrebbe lasciato il Baracchino, ero incredula ma, allo stesso, tempo, sentivo un moto di orgoglio e di stima nei suoi confronti. Ammiro sempre moltissimo chi decide di perseguire le proprie passioni e assecondare gli istinti, affrontando di petto le paure che il cambiamento inevitabilmente comporta.

Cosa ti ha spinto a fare questa scelta?

C’è stato un momento in cui ho realizzato che la mia attività mi stava stretta: ho iniziato a sognare di svolgere il mio lavoro in maniera diversa. Cucinare un pasto non era più “abbastanza” per me, sentivo di avere anche altro da dare. Lo so che non è la stessa cosa, ma ho iniziato a sognare di poter creare dei contenuti che servissero nella vita quotidiana delle persone. Sistemargli e risolvergli un pasto non era più la mia missione, e quindi, non ho potuto fare altro che allontanarmene. Tanti mi chiedono se non è stato spaventoso, questo ennesimo salto nel vuoto: certamente sì, ma per me non c’è scelta, sono fatta così, quando il mio istinto parla così chiaro e forte non mi resta che ascoltarlo. La bella notizia è che Il Baracchino Itinerante non è morto, tutt’altro! Volevo che continuasse la sua avventura e così fortunatamente è stato. Adesso è in mano alle dolci Cristina e Martina che, piene di entusiasmo e nuove idee, stanno portando avanti la legacy.

E così, dopo poco, ho iniziato a scrivere le mie prime guide, e concentrarmi davvero su contenuti formativi/divulgativi mentre finalmente potevo riassaporare un po’ di libertà perduta! Il bello di questa nuova modalità di lavorare, che sto ancora scoprendo, calibrando e creando strada facendo, è che si può’ svolgere da remoto, ed è per questo ho da poco potuto riprendere a viaggiare.

Oltre ad avere un profilo Instagram super attivo, interessante ed estremamente divertente, Brina ha da poco creato un account su Buy Me A Coffee, dove pubblica tante bellissime mini-guide per accompagnare chiunque voglia intraprendere un percorso verso la sostenibilità ambientale e la consapevolezza alimentare.

Ho scoperto questa piattaforma grazie a te ma forse chi ci legge ancora non la conosce… Puoi spiegarci come funziona? I tuoi ebook sono acquistabili solo lì o è possibile reperirli in modo alternativo?

Ma certo! Buy Me A Coffee, così come Patreon e altre piattaforme, sono degli strumenti utili per artisti, creators, blogger etc., che gli consentono di monetizzare i propri contenuti in più modi: ci sono le “donazioni” simboliche (si parte da un caffè, ma si può donare anche una somma più alta, e si può lasciare anche un messaggio pubblico o privato al creator), poi c’è la possibilità di caricare e vendere degli extra (tipo ebooks, video, consulenze, etc), ed infine c’è la modalità di abbonamento mensile a dei contenuti specifici.

Inoltre, queste piattaforme offrono ai followers un modo carino per dimostrare la propria gratitudine e il proprio affetto, decidendo di di sostenere economicamente una tantum oppure in maniera programmata il creator. E così ho preso coraggio e mi ci sono tuffata a capofitto a Gennaio 2021!

Per ora sono molto soddisfatta: è bello sapere di apportare il proprio contributo, è stimolante e piacevole vederlo “riconosciuto” attraverso acquisti e donazioni, ed è anche molto interessante e costruttivo poter interagire in maniera genuina con i sostenitori.

Il mondo in cui viviamo ci porta a una percezione distorta della felicità. Ci sentiamo felici dopo aver acquistato qualcosa ma quella sensazione di benessere svanisce poco dopo perché ci adattiamo subito alla nuova condizione di agio e  la tentazione di avere ancora di più diventa irrefrenabile. La felicità legata ai beni materiale, quindi, è transitoria e tenderà a svanire in fretta.

Questo è, in breve, ciò che dimostra il paradosso di Easterlin, formulato nel 1974 da un professore di economia dell’Università della California, Richard Easterlin, secondo cui la felicità delle persone aumenta quando cresce la ricchezza ma, a un certo punto, comincia a diminuire seguendo una curva a U rovesciata.

Già duecento anni prima, l’economista e filosofo Antonio Genovesi scriveva:

“È legge dell’universo che non si può fare la nostra felicità senza far quella degli altri.”

Una massima eterna, che si adatta a ogni contesto storico e culturale. E, allo stato attuale, il livello di felicità diffusa all’interno di una comunità non può certamente prescindere da una maggiore attenzione alla promozione di stili di vita più sostenibili.

Brina, cos’è per te la felicità?

Bella domanda… Ma non lo so, non ne ho idea!

Seguire il proprio istinto? Ascoltarsi, scegliere attivamente il proprio destino, mettersi in gioco. Altre massime non ne ho, mi spiace! In fondo sto cercando di capire io stessa cosa sia la felicità 🙂

Foto di Sabrina Steriti

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