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Cosa significa manifestare per la pace (secondo me)

Scritto da:

Benedetta Pisani

Ho aspettato una settimana prima di pubblicare queste foto. Sono state scattate a Roma, durante la manifestazione nazionale per la pace. Mi sembra sia passata una vita da quel giorno di sole caldo e strade affollate. Cinquantamila, insieme in una piazza, con le bandiere colorate, i cartelloni, i Peace&Love sulle guance, gli zaini in spalla e i rifornimenti di cibo.

Dai megafoni, motti in rima urlati a squarciagola. Persone sul palco leggono i loro discorsi, che a un certo punto mi sembrano tutti uguali. Ma mi commuovono comunque. Intorno a me, vedo sorrisi di tutte le età. C’è un bambino che indossa dei pantaloni coloratissimi. E mi commuovo di nuovo.

Con le bandiere della pace sulle spalle ci sentiamo invincibili. Quando, tra una risata e una foto, realizzo che non lo siamo, mi viene da piangere. Mi sento sopraffatta e inutile. E pure in colpa. È scoppiata un’altra guerra e io mi chiedo che senso abbia manifestare per la pace. Che ci faccio lì? A che serve tutto quel colore? La musica, all’improvviso, diventa un frastuono.

Ho aspettato una settimana prima di pubblicare queste foto perché non ne capivo il senso. Probabilmente, le avrei condivise solo per sedare un bisogno di approvazione; per mostrare le cose belle dell’umanità e dimostrare che anche io ne sono parte.

Non che adesso abbia elaborato una riflessione profonda su cosa significhi per me “manifestare per la pace”, ma stasera mi sono ritrovata a pensare a quella giornata. Le luci del tramonto romano, il murale dedicato a Raffaella Carrà e le nuvole viola dietro l’Altare della Patria. La premura di Giulia nel prendersi cura degli altri; l’ironia intelligente di Martina; la piacevole teatralità delle conversazioni con Leonardo. E pure il formaggio di Gabriele. La meraviglia della quotidianità, concentrata in quindici ore.

Questo per dire che le manifestazioni in piazza [con le bandiere colorate, i cartelloni, i Peace&Love sulle guance, gli zaini in spalla e i rifornimenti di cibo] sono un bel modo – secondo me – per rivendicare il diritto alla quotidianità quando questa viene interrotta dalla guerra.

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