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Educazione alla sessualità per decostruire la violenza di genere

Scritto da:

Benedetta Pisani

Dare un nome ai fenomeni sociali è fondamentale per far sì che questi emergano nel dibattito collettivo, come problematiche degne di ricevere la dovuta attenzione mediatica e politica. Il femminicidio non è semplicemente l’omicidio di una donna, bensì l’omicidio volontario compiuto da un uomo a danno di una persona socialmente riconosciuta come donna, proprio perché tale. È un atto di prevaricazione, di potere e, come ogni manifestazione di violenza di genere, non nasce da un impulso aggressivo o da uno struggimento romantico – inaccettabile giustificazione spesso raccontata sui giornali o in televisione – piuttosto da una cultura patriarcale, diffusa a livello individuale e sistemico. Non a caso, il dossier 2021-22 del Viminale dedicato ai femminicidi in Italia, riporta dati allarmanti – 125 casi in un anno, 17 in più dell’anno precedente – e evidenzia come la maggior parte di questi omicidi sia stati compiuto in ambito familiare, da parte di padri, parenti, partner o ex.

Non solo violenza fisica

Le narrazioni mediatiche non solo contribuiscono a deviare l’attenzione dal fenomeno al caso individuale, facendo sì che chi legge possa comprendere o addirittura solidarizzare con l’omicida; ma spesso utilizzano un linguaggio intrinsecamente aggressivo nei confronti della stessa vittima, additandola come colpevole, o almeno complice, dell’accaduto. Questo meccanismo di colpevolizzazione della vittima (in inglese, victim blaming) è esso stesso una violenza e si ripropone anche ad altri livelli, dalle molestie verbali agli abusi sessuali. Il fenomeno del catcalling – letteralmente “fischiare al gatto” – sta finalmente emergendo nella sua problematicità. Fischiare, fare commenti sgraditi e non richiesti sul corpo di una donna, guardarla con insistenza, sbarrarle la strada mentre cammina, invadere il suo spazio sicuro, toccarla senza consenso… Tutto questo è problematico, non goliardico. E problematica è la soluzione che viene acriticamente ostentata: per arginare il problema, le donne devono cambiare abitudini di vita, abbigliamento, atteggiamento. Ma in questo modo si sta solo facendo il gioco del patriarcato, mantenendone inalterate le rigide regole sessiste e maschiliste.

Qual è la soluzione allora?

L’educazione fin dalla scuola dell’infanzia, così come le rappresentazioni audiovisive, senz’altro ricoprono un ruolo fondamentale nella costruzione di immaginari condivisi e pratiche quotidiane. Volendo limitare l’analisi al contesto socio-culturale europeo, consapevole di offrire un quadro solo parziale, emerge con urgenza il divario educativo tra gli stessi paesi dell’Unione. In Italia, sfortunatamente – anche se la fortuna non ha un peso rilevante nelle scelte politiche – l’educazione alla sessualità e all’affettività pare essere ancora un tabù, eppure potrebbe essere il percorso giusto per costruire una società più felice. Insegnare ai bambini e alle bambine cos’è il consenso è il primo passo per sviluppare relazioni umane funzionali in età adulta, all’interno delle quali le persone socialmente riconosciute come uomini possano mostrare le proprie vulnerabilità, senza paura di perdere la fragile e agognata mascolinità, e quelle socialmente riconosciute come donne riescano a esprimere il loro dissenso, senza paura di perdere la docile e accondiscendente femminilità. Appare chiaro, quindi, che la tanto temuta educazione sessuale altro non è che educazione all’ascolto e al rispetto, fattori imprescindibili per vivere rapporti sessuali sani e piacevoli.

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