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Incontro con Kabala – Bolle e specchi

Scritto da:

Benedetta Pisani

Sedute sulle panchine di legno con i cuscini rivestiti di coloratissimi tessuti africani a sorseggiare un tè rosso – vaniglia per lei, castagna per me – io e Kabala (il suo nome d’arte) siamo entrate in una dimensione quasi atemporale. Abbiamo parlato di attivismo, di poesia, di corpi e specchi. Il viaggio è iniziato da una domanda, scomoda e liberatoria, perché ti pone di fronte solo a te stessa: chi sei?

“È complesso descrivere chi sei, poi spesso non ci si conosce al 100%. Io sono Kabala, ho 19 anni e mi piace scrivere. Ho sempre scritto, da quando ne ho memoria. Ho iniziato a scrivere in prosa, però ho notato che per descrivere le mie emozioni preferisco la poesia, dove riesco a essere più netta e schietta. La scrittura è diventata il mio taccuino di vita, una specie di diario delle emozioni e degli eventi che non voglio dimenticare. Scrivo cose del mio passato, del mio presente, cosa vedo e cosa provo. Spesso è proprio uno sfogo, un mezzo per esprimermi, scoprire e scoprirmi. Poi, sono anche una persona nera, sono donna e sono parte della comunità queer e poliamorosa.”

Kabala aprirà lo spettacolo di Ivana Nikolic, il 26 gennaio al Centro Studi, leggendo una sua poesia. Maledetta.

“Ho conosciuto Ivana sui social. Ricordo che, in seguito a una shit storm, lei aveva pubblicato una storia in cui diceva “ma perché io devo subire tutto questo, chi me lo fa fare”. L’ho capita e ho provato dolore, quindi le ho scritto un messaggio per farle sentire la mia vicinanza. Poi, qualche tempo dopo, l’ho incontrata fisicamente al Festival Afro-Rom. Un evento bellissimo – e anche un po’ traumatico quando Ivana mi ha chiamata sul palco a fare un discorso che non avevo preparato! Da lì, è nato tutto. Aprirò lo spettacolo del 26 con una poesia che ho scritto due anni fa, in un momento in cui ho avvertito tutto il peso di essere una donna nera, queer e poliamorosa in Italia, e ho provato molta rabbia. È una poesia forte, che parla di resistenza, di liberazione e di esistenza, ed è maledetta perché per molte persone avere determinate caratteristiche esistenziali è un po’ una maledizione. Allora ho pensato di ribaltare questa percezione negativa, mandando una maledizione alla persona che opprime. Con il tempo ho affinato un po’ lo stile, ma il tema non è cambiato.”

Lo spettacolo di Ivana porta in modo creativo e incisivo il tema dell’identità che, inserita all’interno delle dinamiche di potere, rischia di diventare una maledizione, perché caricata del peso insostenibile dello stigma e del pregiudizio. L’arte sociale diventa, così, uno strumento informativo, utile per contrastare una narrazione mediatica distorta, funzionale a una propaganda politica razzista e colonialista.

L’informazione è una tematica particolare perché spesso mi chiedo quale sia il modo migliore per far arrivare il messaggio. Con questo obiettivo, ho recentemente creato una pagina Instagram, Progetto Sanaa (@progettosanaa). Nasce da un bisogno di intersezionalità. Quando si parla di certi temi, c’è sempre qualcuno che rimane indietro e questo accade anche all’interno dei movimenti femministi più clamorosamente conosciuti. Sanaa nasce anche dal bisogno di dividere la mia vita privata dalle cause attiviste, anche se spesso mi tocca fare questi discorsi quotidianamente, per il fatto di essere una donna nera, queer e poliamorosa. Mi rendo conto che, quando sono sui social, allo stress della mia vita di tutti i giorni si aggiunge quello delle persone che subiscono, almeno in parte, le mie stesse discriminazioni. Razzismo, polifobia, femminicidi. Sono tutte forme di violenza che coinvolgono anche me. Devo, quindi, ammettere che il progetto Sanaa ha anche l’obiettivo di proteggermi psicologicamente dalla iper-performatività dell’attivismo. Spesso accade che nel segnalare avvenimenti discriminatori e far capire quanto siano sistematici, alcune pagine dimentichino i trigger warning, necessari per consentire alla persona di scegliere se voler essere informata in quel momento. Così, ho deciso di smettere di seguire le pagine più forti dal mio account personale, dove mi sento protetta. Quando passo all’altro account, scelgo mentalmente di accogliere le informazioni più dolorose. A me non piace troppo chiamarmi attivista, ma attualmente non ci sono altri modi per definire quello che faccio. Sono un’attivista, ma ho anche altre passioni. Parlo di cause sociali, ma sono anche una ragazza che scrive e fa teatro, a cui piace studiare anatomia ed è incuriosita dall’idea di imparare a suonare uno strumento.”

Proteggere la propria salute mentale e darle priorità rispetto a ogni causa sociale è fondamentale affinché il contributo a quella stessa causa sia concreto e sostenibile. Decidere quando e in che modalità accogliere le informazioni, prendersi il tempo per elaborarle e attivarsi, è un gesto di cura verso se stess* e nei confronti della lotta a cui si vuole prendere parte. Ad aggiungere ulteriore complessità al mondo dell’attivismo, sopraggiungono le riflessioni sulla famosa bolla, dove si rischia di rimanere intrappolate se si perde il contatto con chi è fuori. 

“Un esempio lampante sono state le elezioni. Per la mia bolla, abitata solo da persone di sinistra, è stato uno shock assistere al risultato elettorale e realizzare quanto la sinistra italiana sia frammentata. Lì, mi sono resa conto che il mio posto sicuro è anche un’illusione. E, in questo contesto, si inserisce anche un’altra problematica, ossia rendere accessibili i nostri argomenti a chi è ancora fuori dalla bolla, ma potenzialmente potrebbe entrare a farne parte. Un altro esempio concreto è stato il mio coming out con le mie sorelle: ho capito che la loro difficoltà nel capirmi non era basata su una concezione polifobica dell’amore (discriminatoria nei confronti delle persone poliamorose), ma era determinata dal linguaggio che io utilizzavo, fatto di termini specifici e tecnici che ho acquisito con l’esperienza.”

Uscire dalla bolla, però, non significa solo ampliare lo sguardo a chi ne è fuori e coinvolgere chi potenzialmente vuole essere coinvolto, ma mantenere una prospettiva intersezionale per ogni lotta. Non a caso, il primo argomento di cui ho trattato su Sanaa è il femminismo bianco. La mia persona e il mio corpo fanno presenza negli spazi a maggioranza bianca – ma anche in quelli a maggioranza nera che non fanno abbastanza intersezione con la comunità queer. Gli spazi sono formati a immagine e somiglianza della maggioranza che li abita… Io stessa mi sono resa conto che non avevo mai preso in considerazione la comunità Rom e Sinti nella lotta antirazzista. Ero nella mia bolla antirazzista, abitata da persone nere, asiatiche, indigene, islamiche. Conoscere Ivana Nikolic, Morena Shirin e altre persone Rom e Sinte che fanno attivismo, mi ha permesso di fare un importante passo per uscire da quella bolla.”

Ampliare lo sguardo alla complessità e partecipare alle lotte di chi viene oppress*, anche se le discriminazioni che subiscono loro non ci colpiscono direttamente. Guardare il proprio riflesso e sentirsi orgoglios* della propria identità, senza vergogna, senza paura. Rivendicare il diritto di essere e di esistere.

“Provo un sentimento ambivalente nei confronti dello specchio perché, se da un lato mi aiuta a vedermi, dall’altro mette a nudo le mie fragilità. La percezione del corpo plasmata da una grassofobia interiorizzata e altri traumi, può distruggerti. Per me, il corpo è anche collegato alla mia presenza negli spazi transfemministi bianchi, dove sfortunatamente emerge tutta la fragilità bianca che intacca anche la comunicazione. Guardarsi allo specchio significa guardarsi negli occhi, ed è estremamente difficile. Si aggiunge anche il riflesso della mente, che rende tutto più complesso.”

Kabala ha trovato nella poesia il modo per raccontare il riflesso che vede nello specchio. Io mi sono chiesta quale potesse essere il mio e una risposta ancora non l’ho trovata. Ho capito, però, che ascoltare storie e guardare gli occhi di chi le ha vissute, regala al mio riflesso la bellezza della fiducia che ho ricevuto.

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